Stefan Mancuso Nekic: #tornareavivere

31 mar 2021, 15:24

La storia di Stefan Mancuso Nekic#L'insuperabile è imperfetto

Infanzia e adolescenza tra Serbia e Italia

Sono nato in Serbia nel 1996 in un periodo storico difficile, in quanto nel Paese veniva da una guerra civile durata cinque anni. Crescere un figlio in quella situazione economica è difficile, crescere un figlio che nasce con un’emiparesi cerebrale causata da un ictus alla nascita che limita notevolmente i movimenti del lato destro del corpo lo è ancora di più. Per cercare di garantire un futuro migliore a tutta la famiglia, i miei decidono di trasferirsi in Italia, a Vicenza, nel 1999.

La scoperta del Basket in carrozzina

Passano 12 anni e dopo un’infanzia passata tra gli alti e bassi che la mia patologia porta con sé, durante la crescita in un mondo non del tutto inclusivo, mi viene offerta dalla mia psicologa la possibilità di iniziare a giocare a basket in carrozzina con la squadra dei Delfini di Montecchio Maggiore. Inizialmente l'idea non mi piace in quanto, nonostante la mia patologia non mi permetta di correre, avere l'equilibrio di un normodotato o saltare, riesco a camminare anche se in maniera goffa e per questo mi metto a piangere perché a 12 anni fare sport in carrozzina per me era inconcepibile.

Dopo averci riflettuto però, mi rendo conto che era l'unico modo di praticare lo sport che mi appassiona di più (nei Paesi dell'ex Jugoslavia  il basket non è uno sport, è lo sport per eccellenza). Al primo allenamento conosco un ragazzo che allora aveva 20 anni e che cerca di accogliermi nella sua squadra dandomi le prime dritte su come spingere quell'ausilio che fino ad allora a me era sconosciuto. Sull'importanza nella mia vita di quel ragazzo allora ventenne, tornerò più tardi. Passano gli anni e la mia carriera da cestista stenta a decollare un po' per la mia patologia (visto che persone con problemi gravi ad un braccio difficilmente riescono a imporsi in uno sport dove giocano anche persone con sole problematiche agli arti inferiori), un po' per la scarsa attitudine che da piccolo avevo verso gli allenamenti. Nonostante ciò, durante l'ultimo periodo da cestista, ci provo con maggior impegno e riesco a ritagliarmi uno spazio da titolare nella squadra giovanile, ma purtroppo quello resterà anche il mio unico successo nel basket in quanto nel 2017 inizio a soffrire di depressione, una malattia complicata di cui ancora oggi di parla poco e di cui si ha poca conoscenza. Per mesi mi estraneo da qualunque sport e decido di lasciare definitivamente il basket.

La svolta grazie al rugby in carrozzina

Sono mesi difficili, ma grazie a Nicola Giuriolo, quel ragazzo che quando aveva 20 anni mi aveva seguito nelle prime spinte nel mondo del basket e che nel frattempo era diventato prima mio allenatore a basket, poi uno dei miei amici più stretti, nel gennaio del 2018 inizio a praticare il rugby in carrozzina con la squadra H81 Vicenza 4 Cats. Inizialmente questa disciplina per me è stata solo il mezzo per tornare a vivere, per tornare alla quotidianità, per ritrovare un minimo di contatto col mondo esterno da cui mi estraniavo da mesi. All’inizio mi allenavo solo per svago ma con il passare del tempo, ho imparato ad apprezzare sempre di più questa disciplina e oggi per me il rugby non è più solo un metodo per evadere dalle difficoltà, ma è anche uno sport per cui vale la pena combattere, competere e dare il massimo.

Tornare a vivere

Grazie all'aiuto datomi da questo sport, ho ricominciato anche con le altre attività principali della mia vita. Ho ricominciato a frequentare l'Università di Verona per completare la laurea triennale in lingue per il turismo che avevo lasciato in sospeso. Ho iniziato a competere nei tornei europei del videogioco di basket più famoso al mondo dove competo con normodotati e dove mi sono qualificato tra i top 32 per due mesi di fila e sono tornato ad appassionarmi al rap italiano e al basket come ero solito fare prima del 2017.

Per tutto questo vorrei ringraziare soprattutto Nicola Giuriolo, Angelo Fontana, Lucio Vicentini e Stefano Fusilli per avermi dato la possibilità di entrare a far parte della loro famiglia e di esserci stati sia durante gli alti ma anche durante i bassi.

Vorrei ringraziare anche tutte le persone non solo della mia squadra, ma di tutto il movimento  che in questi tre anni mi hanno fatto stare bene e mi hanno fatto crescere e maturare, e grazie alle quali sto lentamente recuperando il sorriso. A volte non ci rendiamo conto di quanto sia bello stare all'interno di questo ecosistema e di quanto ci possa dare.

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