Redazione
23 apr 2018, 19:20

Silvia: il sitting volley ha risollevato la mia vita

https://www.youtube.com/watch?v=OiLiHeJoLN4&feature=youtu.be

 

E’ la logica del senno di poi: quel carpe diem è diventato…mondiale. A marzo 2017 l’incontro con il presidente della Energym Bremas: “Durante una partita: io allenavo la quadra amatoriale femminile Volley Osteria al Municipio di Pianzano (Tv), lui arbitrava. Vedendo che avevo la protesi, mi chiese se volevo iniziare a giocare a sitting volley”. Pronti via, l’escalation è vertiginosa: a luglio era già salita sul tetto azzurro. Il resto è la favola - magicamente vera - ancora più recente: la storica qualificazione ai Mondiali in Olanda dal 15 al 22 luglio. Con quali aspettative? “Disputare un buon girone, anche se in realtà non sappiamo quali squadre incontreremo, e raggiungere un buon piazzamento anche per aumentare lo spirito di squadra. Abbiamo le capacità, possiamo sperare in un buon primo mondiale” dice Silvia Biasi. Il libero della Nazionale parteciperà al raduno azzurro in programma dal 19 al 22 aprile a Bologna per iniziare la preparazione alla rassegna iridata.

 

ESCALATION AZZURRA Nel frattempo la 30enne di Codognè, in provincia di Treviso, riavvolge il nastro del torneo di qualificazione in Corea del Sud: “E’ stata un’esperienza bella ma difficile. Siamo andate lì con la consapevolezza che non potevamo sbagliare nulla, dovevamo centrare questa qualificazione: c'era pressione, e io dal punto di vista emotivo soffro molto. E’ stato importante il grande sostegno dei nostri compagni della Nazionale maschile che si sono organizzati con cori e bandiere”. In un anno dalla prima nel sitting alla qualificazione mondiale: “Gioco a pallavolo da quando ho 12 anni, mi ha aiutato tanto. Diciotto anni di pallavolo in piedi facilita molto l’inserimento in questa disciplina: i fondamentali sono quelli, devi solo capire come muoverti da seduta a terra”.

 

L’INCIDENTE A Silvia mancano la mano e un parte del braccio destro: “A causa di un incidente domestico il 3 settembre '93, avevo 5 anni. Ero con i miei nonni nel capannone dedicato all'allevamento delle galline, mentre giocavo con le mie sorelle ho messo la mano in un macchinario agricolo che me l’ha tranciata. I miei genitori l’avevano recuperata ma vedendo com'era ridotta hanno deciso per la protesi che hanno provato subito a farmi mettere ma all’inizio non lo facevo mai: sono frenetica, non avevo la pazienza di imparare a fare le cose diversamente. Poi mi sono convinta. E (trasforma l’avversità in opportunità, ndr) se non avessi un mano in meno in Nazionale non ci sarei (sorride, ndr). Come ho reagito? Subire un trauma così, quando sei molto piccolo, ti tocca, almeno dal  mio punto di vista, relativamente perché è come se ci nascessi-. Ho quindi imparato a conviverci tranquillamente”.

 

STRADA MAESTRA Quel diversamente che è la strada maestra: tutto si può fare, all’insegna del “se puoi sognarlo puoi farlo”. Non puoi giocare a pallavolo in piedi? Lo fai seduta. Di strada - a proposito - da fare, ne è stata fatta ma ne rimane ancora da percorrere: “La più importante sta nel fare acquisire alle persone la consapevolezza che questo non è solo uno sport paralimpico, è uno sport: mettersi a terra e giocare a pallavolo non significa etichettare le persone con disabilità o meno. La cosa importante sta nel convincere che questa disciplina è alternativa e parallela alla pallavolo. Ad esempio può giocarci anche chi non può praticare il volley perché ha le cartilagini rovinate”. 

 

 

https://www.gazzetta.it/Volley/18-04-2018/paralimpici-ricetta-silvia-il-sitting-mi-ha-rialzato-vita-260635355725.shtml