Maurizio Carta: #nuovaavventura

22 apr 2021, 16:22

La storia di Maurizio Carta#L'insuperabile è imperfetto

La passione per il calcio e il decollo

Il calcio è sempre stata la mia più grande passione; lo seguo in televisione e gioco da quando ero un bambino. Oggi ho 47 anni. All’età di 16 anni ho iniziato a giocare a livelli un po’ più ‘impegnativi’, per cui per tanti anni la mia vita e le mie settimane sono state scandite dai ritmi del calcio: allenamento tre volte alla settimana e partita la domenica. Ovviamente a questi impegni si aggiungevano tutte le “regole” di vita che il calcio imponeva, quindi un’alimentazione regolata e poche uscite nei fine settimana. Ma non mi è mai pesato, anzi! Mi piaceva svegliarmi presto la domenica mattina per preparare con cura l’attrezzatura e prepararmi psicologicamente all’incontro della giornata. E ancora di più mi piaceva la sensazione di condividere quell’impegno e quella passione con la mia squadra. Il calcio è stato la mia vita per 30 anni, ho giocato in tantissime squadre, a livelli più e meno alti e conoscendo ogni anno tanti ragazzi con la mia stessa passione e dedizione per il calcio. 

La mattina in cui la mia vita ha preso una nuova piega

Poi un giorno, il 23 novembre del 2010, tutto è cambiato all’improvviso, il mio mondo è letteralmente crollato nel giro di poche ore. Non dimenticherò mai quella mattina: la sensazione di stordimento al risveglio, quel cucchiaino preso “al contrario” senza neanche rendermene conto, l’incapacità di esprimermi con la mia famiglia, la corsa all’ospedale e la paura di quelle ore. E infine la diagnosi: ictus ischemico. La mia degenza in ospedale è durata 5 giorni nei quali mi sentivo imprigionato in una bolla di sapone dalla quale non riuscivo a comunicare con il mondo esterno: nella mia testa le parole e le frasi che volevo dire erano chiare, ma non riuscivo a farle arrivare all’esterno, metà del mio corpo non rispondeva ai comandi, e intorno a me avevo un mondo totalmente sconosciuto e diverso dalla mia casa. Alla dimissione ancora non era chiaro cosa avesse causato l’ictus: un ragazzo di 37 anni, sano, robusto e sportivo, senza apparenti patologie congenite il cui cervello, all’improvviso e senza un motivo apparente, aveva avuto un blackout. Solo un’ipotesi: “Può essere che un trauma durante una partita abbia lasciato un coagulo di sangue che, anche a distanza di tanti anni, a causa di uno sbalzo di pressione, si sia staccato arrivando fino al cervello e bloccando l’afflusso di sangue”. Quindi la stessa passione che avevo seguito con assoluta dedizione per la maggior parte della mia vita, poteva essere stata la causa della mia malattia.

Comincia un nuovo percorso

I mesi successivi sono stati, se possibile, anche peggiori di quella prima settimana. Un lungo percorso di riabilitazione motoria e verbale, l’impossibilità di lavorare e il successivo licenziamento, l’incapacità di comunicare le mie esigenze ed i miei stati d’animo ad amici e familiari, la paura di non riuscire mai più a recuperare, di non poter sostenere mio figlio nella sua crescita, di non poterlo mai “sfidare” in una partitella di calcio al parco. E ovviamente l’improvvisa paura di non poter più giocare io stesso (in quel momento non ero capace neanche di dare solo un calcio ad un pallone). Poi, piano piano e con tanta pazienza e impegno, ho iniziato a vedere i primi miglioramenti, ad accettare e a convivere con quella nuova ‘normalità’ e a riprendermi, seppure in maniera solo amatoriale, la mia passione. Ma per quanto questa ripresa possa avermi aiutato a sentirmi normale, in fondo sentivo che non era abbastanza. Certo, c’erano gli allenamenti e le partite il sabato, ma con uno spirito ed una dedizione completamente diversi. 

La solidarità, il supporto a vicenda e la ripartenza

Finché l’11 giugno del 2020, per caso, ho visto su Facebook una diretta della FISPES ed un nome conosciuto di un ospite della diretta: Andrea Coiana, un amico che come me ha sempre avuto il calcio nel sangue. Parlavano di Nazionale per atleti con cerebrolesione e Andrea raccontava di aver avuto un ictus e esprimeva la sua paura di non riuscire mai a recuperare del tutto. Questo argomento mi ha colpito e, sorpreso dal fatto che anche lui avesse avuto un problema simile al mio, gli ho subito scritto un post: “Ciao Andrea, anche io ho avuto un ictus, vedrai che anche tu supererai piano piano tutte le difficoltà e riuscirai a recuperare in pieno.”
Subito dopo ho ricevuto un messaggio dalla FISPES, nel quale mi veniva chiesto se mi avrebbe fatto piacere essere contattato da Simone Pajaro, il Mister della Nazionale di Calcio a 7. Da quel momento è iniziata quest’avventura: già dalla prima chiacchierata con il Mister mi sono sentito pienamente a mio agio; mi ha chiesto di raccontargli un po’ la mia storia, poi mi ha detto che la mia esperienza poteva essere d’aiuto a molti ragazzi e allo stesso modo le esperienze degli altri ragazzi potevano essere un aiuto anche per me. Mi ha detto che ci sarebbero state tantissime occasioni per confrontarci. E quale posto migliore se non proprio il campo da calcio? Quando poi ha iniziato a parlarmi delle attività della Nazionale e di cosa avrebbe significato farne parte, beh, quello è stato il momento in cui ho davvero iniziato a sognare. Non mi sembrava vero che, alla mia non più giovanissima età e dopo quello che avevo avuto, avrei potuto davvero essere parte di una Nazionale.

L'inaspettato: fare di nuovo parte di una squadra

Da quella prima chiacchierata è iniziata poi tutta la preparazione per l’ingresso in questo nuovo mondo: i successivi colloqui con il Mister e con il Mister in seconda, Andrea Argento, il tesseramento con la FC Contesse di Messina e finalmente la preparazione per la prima avventura: il primo Campionato nazionale di calcio per club a Jesolo. Certo, essendo giocatori provenienti da tutta Italia, è mancata la possibilità di allenarci insieme, ma l’obiettivo comune è stato un grandissimo stimolo per impegnarmi ogni giorno per migliorare la mia forma fisica. Spronato dai Mister per tutto il mese di agosto non c’è stato un giorno in cui non mi sono allenato ed è stato bellissimo ritrovare anche quella motivazione nel prendermi cura del mio corpo come quando il calcio era ancora parte integrante della mia quotidianità.

Il primo Campionato Nazionale di Calcio

E che dire dell’esperienza di Jesolo: semplicemente meravigliosa! Ho avuto modo di conoscere ragazzi che, pur avendo disabilità ben maggiori rispetto alle mie, affrontano ogni giorno e ogni sfida con una grinta incredibile. La cosa che più mi ha colpito è stato proprio il modo in cui si scherzava e ci si prendeva in giro, senza che questo potesse essere motivo di disagio. Insomma, ogni giorno di questa nuova avventura è stato una scoperta che mi ha aiutato tantissimo anche a vedere con occhi diversi la mia disabilità. Oggi mi sento parte di una squadra di campioni, dove la forza di ogni singolo campione è forse proprio la sua disabilità. Attendo con ansia il momento in cui incontrerò nuovamente tutti quanti per intraprendere nuove avventure insieme.

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