Marco Berry: "Torna Iron Mind. E vedere i ragazzi innamorarsi di uno sport è la magia più grande"

Redazione
Torino TO, Italia
22 nov 2019, 21:12

Iron Mind, perché è tutta una questione di mente e non di corpo. “Quando si ha una volontà di ferro qualsiasi traguardo è raggiungibile, indipendentemente dalle capacità fisiche”. Il mago Marco Berry, volto notissimo della Tv (dopo Le Iene, programmi di approfondimento come Invisibili e Invincibili), e anima di una onlus che porta il suo nome, presenta così la terza edizione di Iron Mind, la manifestazione dedicata ai minori con disabilità che si terrà il 30 novembre e il primo dicembre prossimi. Una due giorni ospitata dal centro sportivo Sisport Mirafiori diTorino. L’iniziativa è organizzata dalla Marco Berry Onlus, appunto, insieme alla Fondazione Vodafone Italia, in collaborazione con il Comitato Italiano Paralimpico Piemonte e con il Patrocinio del Comune di Torino, della Regione Piemonte, della Città di Moncalieri e della Città di Collegno.

Marco Berry, come nasce Iron Mind?

“Andiamo su tutto il territorio nazionale a cercare ragazzini con disabilità che non fanno sport per sensibilizzare le famiglie. Diciamo loro: fate fare sport a vostro figlio. E loro: ma come si fa? E’ in carrozzina. E poi quale sport? Quello che sceglie, ribattiamo noi. Venite a Iron Mind. Perché in quesi due giorni facciamo provare a chi partecipa il basket, il tennis, il tiro con l’arco, il tennis tavolo, la scherma, il canottaggio, le bocce e lo yoga, insieme a tecnici professionisti e testimonial”.

Quanti partecipano?

“Ospitiamo a spese nostre 20-30 ragazzini tra i 6 e i 18 anni e le loro famiglie”.

Ma riuscite davvero a girare tutta Italia?

“Ci proviamo. E comunque se c’è qualche giovane che non abbiamo intercettato e volesse participare ci contatti: lo accoglieremo a braccia aperte”.

E alla fine dei due giorni cosa succede?

“I ragazzi si divertono da pazzi, fanno nuove amicizie, scoprono che i limiti sono solo psicologici e non legati alla disabilità. Vanno via con dei sorrisi…”.

Ma finisce lì il vostro compito?

“Assolutamente no. Coinvolgiamo le federazioni, che mettono a disposizione i loro istruttori e che ci aiutano a costruire un percorso per questi ragazzi, in modo che Iron Mind non sia un episodio isolato. Se un bambino un bambina si appassiona al basket, una volta a casa deve poter trovare nelle vicinanze una struttura dove praticarlo”.

Funziona?
“Eccome. Noi continuiamo a seguire chi ha partecipato alla manifestazione per essere sicuri che il seme gettato germogli in una vera attività sportiva”.

Ci fai un esempio?

“Alla prima edizione, tre anni fa, abbiamo incontrato Michael, un ragazzino nigeriano di 14 anni, con grandissime difficoltà visto che è praticamente cresciuto su una carrozzina. Si è innamorato della scherma, ma la palestra adatta non era vicinissima a casa sua e allora, visto che i genitori non potevano permetterselo, abbiamo deciso di provvedere noi alla quota di iscrizione e al trasporto. E lui in tre anni è cambiato in un modo incredibile, sembra un’altra persona, ha il sorriso chi ha trovato la sua strada. Ma di storie ce ne sono tantissime: come quella di Alessandro, ragazzo non vedente che da noi ha scoperto il canottaggio e poi è arrivato secondo ai campionati italiani, o quella di Dalia, anche lei non vedente, che non aveva mai toccato l’acqua e adesso fa gare di nuoto”.

E genitori all’inizio scettici che reazione hanno alla fine dei due giorni?

“Da questo punto di vista c’è un altro evento organizzato da noi che è ancora più significativo: a febbraio-marzo portiamo dei ragazzi a sciare a Bardonecchia. Ebbene quando i genitori vedono scendere sulle piste questi giovani si commuovono fino alle lacrime. Ma anche durante Iron Mind assistiamo a una metamorfosi. Il primo giorno ci dicono: mio figlio proverà uno o due sport. Poi la domenica mattina arrivano emozionatissimi: il ragazzo non ha dormito tutta la notte, non vede l’ora di provare tutto”.

Perché lo fate?

“Pur venendo da una famiglia molto umile, mio nonno mi diceva: Marcolino non dimenticare mai che sei un bambino fortunato e a un certo punto un po’ di quella fortuna da devi dare anche agli altri. E poi sono sempre stato uno sportivo e so quanto questa attività possa aiutare. Infine c’è forse anche una motivazione egoistica, perché quando fai queste cose quello che ti ritorna è molto più di quello che dai”.

A te cosa torna?

““Una cosa immensa: gli abbracci dei genitori di questi ragazzini alle fine dei due giorni di sport”.