La forza di Chiara: "Lo sport mi ha salvata. E oggi sono in Obiettivo 3"

Redazione
Roma RM, Italia
12 gen 2020, 18:01

“L’agonismo ce l’ho dentro, ci sono cresciuta. E anche quando smetterò di fare le gare non rinuncerò allo sport, per me è stata una salvezza e non potrei mai vivere senza”. Chiara Vellucci, romana, ha 23 anni e una determinazione che lascia stupefatti. Dopo la maturità ha conseguito una laurea triennale in economia e ora sta studiando per la magistrale. Fin da piccolissima frequenta il nuoto, anche se soffre di una paraparesi agli arti inferiori causata da ipossia perinatale. Poi a 11 anni ha scoperto l’agonismo. E da allora non ha più smesso. In piscina, ma anche correndo sulla wheelchair e pedalando sulla handbike. E’ la prima disabile a essere diventata istruttrice di nuoto paralimpico. Da poche settimane è entrata a far parte della squadra di Obiettivo 3, il progetto ideato da Alex Zanardi per sostenere gli atleti disabili che vogliano cimentarsi con le gare.

Chiara come vi siete conosciuti?

“E’ stato grazie al coach Pietro Dainese. Io volevo solo fare una gara di ciclismo con loro per allenarmi in vista delle mie gare di Triathlon, ma lui mi ha voluto nel team. Per me è stato fantastico partecipare al loro ritiro, conoscere persone nuove. E soprattutto Alex, che ha una credibilità unica nel mondo degli sport paralimpici”.

In che senso?

“Mi alleno in una palestra del mio quartiere, Monteverde, che mi sponsorizza: quando hanno saputo che facevo parte del progetto di Zanardi sono stati felicissimi. Dà lustro a tutto il movimento”.

Ma partiamo dal principio. Quando hai iniziato a fare gare?

“Avrò avuto 11 anni. Conobbi in piscina i genitori di un ragazzo disabile che si allenava per le gare nella piscina dell’Irccs Santa Lucia. Mi suggerirono di presentarmi a Riccardo Vernole, il commissario tecnico della Nazionale di nuoto paralitico. Quella è stata la mia salvezza”.

Perché?

“Perché da quel momento lo sport ha riempito la mia vita. E soprattutto iniziando a frequentare quella piscina con atleti che avevano disabilità come me, mi è sembrato che i diversi fossero gli altri, quelli che stavano in piedi”.

Poi però hai deciso di dedicarti anche ad altri sport.

“E’ successo quando per i tagli alla Sanità non abbiamo più potuto allenarci come prima nella piscina del Santa Lucia. A me non bastava quattro volte a settimana. Il mio allenatore dell’epoca mi disse: sei molto resistente, potresti provare con il Triathlon (nuoto in acque aperte, corsa in wheelchair, handbike). Ho seguito il suo consiglio”.

Vivi e studi a Roma. Non è una città facile neppure per i normodotati. Come fa un disabile?

“La mia più grande conquista di autonomia è stato prendere la patente. Purtroppo a Roma utilizzare i mezzi pubblici è difficile in generale, figuriamoci per un disabile. Devo dire però che l’ateneo che frequento, l’Università Roma Tre, è molto moderno riguardo all’assenza di barriere architettoniche”.

E come ci si allena alla corsa e alla bici in una città come Roma?

“Nel bagagliaio della macchina porto sempre con me la wheelchair e la handbike. Sopratutto con quest’ultima, è impossibile pedalare nel traffico: e allora vado fuori città. Con la wheelchair invece ho un tratto di ciclabile non lontano da casa da un chilometro e duecento metri che percorro più volte”.

Riesci a fare tutto da sola?

“In genere sì. Ma se ho bisogno trovo sempre qualcuno che mi aiuta a caricare l’attrezzatura in macchina”.

Mai corso rischi?

“Altroché: nel 2018 dalle parti di Ladispoli un motociclista mi investì mentre attraversavo sulle strisce con la mia handike. Fortunatamente colpì la ruota anteriore e io riportai solo qualche ammaccatura. Ma la bici ne uscì distrutta”.

Quali sono i tuoi traguardi per il 2020?

“Sarà l’anno delle Paralimpiadi e io sono tagliata fuori, anche a causa di quell’incidente. Ma continuerò ad allenarmi e a fare gare, per me questo è l’importante”.

Dici che lo sport riempie le tue giornate. Ci fai un esempio?

“Questa mattina mi sono messa in macchina alle sette e mezza per andare fuori Roma. Ho pedalato dalle 9 alle 11, poi sono tornata a casa. Dopo pranzo sono riuscita per allenarmi alla corsa con la wheelchair. E adesso comincio a studiare”.

Cosa farai da grande? Hai un sogno professionale dopo la magistrale in economia?

“So solo che voglio lavorare per vivere e non il contrario. Fare sport da disabili può anche essere molto costoso. Ecco, io voglio lavorare e guadagnare per potermi permettere di farlo”.