Il record di Dorothea “Non c’è nulla come lo sport”

07 mar 2018, 23:00

 

“Quando ho iniziato io, non c’era praticamente niente per permettere alle persone con disabilità di praticare sport invernali. Mentre in Austria, lo sport era addirittura obbligatorio”. A raccontare il proprio primato, con consapevolezza e un’ironia tipica delle persone di montagna, è Dorothea Agetle, prima donna medagliata alle Paralimpiadi invernali per l’Italia.

Correva l’anno 1988 e i Giochi si svolgevano a Innsbruck, in Austria, patria dello sport invernale, quando Dorothea, poliomielitica dall’età di 3 anni, partecipò per la prima volta ad una Paralimpiade nello sci di fondo: “Arrivai quarta nella gara di 2.5 km, non presi la medaglia per soli 11 secondi. E c’è ancora qualcuno che, con una simpatia che vi lascio immaginare, mi chiede se, nel frattempo, io sia riuscita a ritrovarli quegli 11 secondi o se ancora li stia cercando.  Un vero peccato, me lo ricordo bene”.
Poi, arrivarono le due medaglie di Albertville, in Francia, nel 1992, sulla 2.5 km e sulla 5 km, sempre per la categoria sitting, entrambi bronzi. Nel 1994, a Lillehammer, in Norvegia, la Agetle vinse un argento sui 10 km e due bronzi ancora: uno sui 5km e uno sui 2.5 km. A Nagano, infine, in Giappone, la bolzanina si mise al collo un argento, ancora sui 10 km, come di consueto dietro alla imbattibile norvegese Ragnhild Myklebust. Nel 2002 a Salt Lake City, negli Stati Uniti, infine, la delusione: “Avrei potuto fare benissimo ma fu una Paralimpiade sciagurata a livello emotivo e di squadra. Fui portabandiera e questo attirò su di me odio e invidie che mi rovinarono i Giochi. A pensarci, ancora mi dispiace tantissimo”.

Originaria di Sluderno, in provincia di Bolzano, ha lavorato come impiegata fino alla pensione e ha iniziato “a fare sport perché Kristine Ploener, atleta con paraplegia residente anche lei nel territorio di Bolzano, era andata in Austria per curarsi e qui aveva conosciuto lo sport obbligatorio. Da qui è partito tutto. Prima, noi nelle valli non sapevamo dell’esistenza di questa possibilità. Certo, è tutto molto diverso oggi, un tempo, diciamo così, ci si arrangiava molto: niente sciolina ma olio di gomito. Le altre nazioni avevano lo skiman, noi “usavamo” i preparatori degli atleti ciechi”. E tra i ricordi più belli, non ci sono le medaglie ma un aneddoto che ancora oggi scalda il cuore: “Mi ricordo di quando la norvegese, una che batteva anche i maschi, mi diede dei consigli per non farmi male alla spalla. Poteva non dirmi niente, fregarsene e, invece, mentre gareggiavamo e ci giocavano le medaglie, mi chiamò per nome e mi disse di non alzare troppo il braccio per non farmi male, per non rovinarmi l’articolazione. Sono le dolcezze dello sport che ricordo con maggior affetto”. Dorothea non è mai stata professionista, ha sempre lavorato 8 ore al giorno per poi trovare il tempo per allenarsi, vincere e costruire un percorso sportivo che l’ha portata ad essere una numero uno. Ai giovani direbbe solo una cosa: “Lo sport è bello perché è divertimento ma ricordatevi che ci vuole anche coscienza e costanza. Aiuta ad inserirsi nella società e, vi dirò di più, è bello anche arrangiarsi, trovare delle difficoltà logistiche da superare, come le ho spesso superate io, è bello non avere tutto. Perché così facendo non si è debitori di nessuno e questa, per me, è una cosa importante”. Sul web non si trovano foto di Dorothea Agetle: “Era troppo complesso farsi fare delle foto all’epoca e venivano sempre male. Ci fosse stata la possibilità di farsi dei selfie, come oggi, forse avrei qualche scatto in più”. Oggi pratica wheelchair curling e continua con il fondo, a sciare nei boschi, dove incontrare la natura ha un valore inestimabile.

http://www.gazzetta.it/Paralimpici/06-03-2018/paralimpici-record-dorothea-non-c-nulla-come-sport-250738442664.shtml