Fernando Zappile: "Facciamo scoprire ai giovani la pallacanestro in carrozzina"

19 gen 2020, 14:17

“Ci dovete aiutare a raggiungere i ragazzi: reclutare giovani atleti è la cosa più difficile e serve il contributo di tutti, dalle Federazioni ai media”. E’ accorato l’appello di Fernando Zappile, proprio mentre lo sport che lui rappresenta, la pallacanestro in carrozzina, si trova a ripartire dopo il duro colpo della esclusione della Nazionale azzurri dai Giochi paralimpici di Tokyo. Il campionato di serie A è in pieno svolgimento, con il S. Stefano Avis che si è appena laureato campione d’inverno, mentre tra pochi giorni, a fine gennaio, ci saranno i preliminari di Champions League. “La la UnipolSai Briantea84 Cantù si è comportata benissimo nelle ultime edizioni della competizione europea e confidiamo che faccia altrettanto quest’anno”, dice Zappile, presidente di una Federazione che conta un migliaio di atleti, otto società in serie A, 24 in serie B e 10 nel campionato giovanile.

Eppure presidente, non è soddisfatto.

“No. E’ difficilissimo convincere i ragazzi e le loro famiglie. Io ho rischiato persino di essere denunciato dai genitori”.

Ci racconti.

“Quando vedo un giovane disabile spesso mi avvicino e gli propongo di fare sport. Ma spesso le reazioni dei familiari sono sorprendenti. Ci sono quelli che mi dicono ‘ma quale disabile’, come se fosse un insulto. Altri mi dicono: ‘Ma come, facciamo tanto per farlo stare in piedi e lei vuole che giochi in sedia a rotelle’”.

E lei come replica?
“Ricordo loro che anche chi ha l’uso delle gambe va in bici. Non vedo cosa ci sia di male a giocare seduti in carrozzina”.

Ai suoi tempi com’era?

“Un altro mondo. Da bambino negli Usa avevo avuto la polio e perso l’uso di una gamba. Tornato nell’entroterra salernitano, a Montecorvino Rovella, facevo di tutto per giocare con i miei coetanei, persino a calcio mettendomi in porta. Era la fine degli anni Settanta e, soprattutto al Sud, nessuno aveva mai sentito parlare di sport paralimpici. Poi mi chiesi se non potessi fare uno sport in cui confrontarmi con quelli come me. All’epoca i “poli” (malati di poliomielite erano tanti, ndr) erano tanti, anche dalle mie parti, e fondammo la Corvino Sport. Provammo tante discipline, ma nessuna ci entusiasmò. Finché non sperimentammo il basket”.

Cosa successe?

“Creammo una squadra, partecipammo ai campionati e in pochi anni arrivammo in serie A. Ci chiamavano la Cenerentola del Sud”.

E però quella Cenerentola si trasformò in principessa.

“Sì. Convincemmo un atleta olandese e uno francese a giocare con noi. Per due anni consecutivi perdemmo la finale scudetto. Ma nel 1994 riuscimmo a vincere la Coppa Italia e l’equivalente della Coppa delle Coppe”.

Oggi, 25 anni dopo, com’è il movimento italiano della pallacanestro in carrozzina?

“Abbiamo squadre in tutte le regioni italiane, eccetto che per la Valle d’Aosta. E stiamo facendo un grande investimento sui vivai, anche a costo di penalizzare le nostre squadre nelle competizioni internazionali”.

In che senso?

“All’estero si possono schierare in campo quanti stranieri si vuole. Noi invece abbiamo stabilito che nella squadra ci devono essere almeno due italiani in gioco. Ma questo significa che bisogna averli anche in panchina, pronti a entrare in caso di infortunio o di espulsione. Questo provvedimento ha spinto le società italiane a fare molta più attenzione al settore giovanile”.

Gli ultimi europei però non sono andati bene.

“No e non cerco giustificazioni. Siamo arrivati quinti, mentre solo i primi quattro andavano a Tokyo. Però avevamo una nazionale molto giovane e inesperta: ci rifaremo tra due anni quando saranno le altre squadre ad avere meno esperienza di noi”.

Lei insiste molto sul coinvolgimento dei giovani. Ma è facile giocare a basket?

“No. E’ uno sport faticoso. Noi giochiamo come i normodotati: stesso pallone, stesso campo, stessa altezza del canestro. Quindi un nostro tiro da tre punti è un gesto atletico più difficile di quello di un giocatore normale. Ma proprio per questo è bellissimo”.

E poi ci sono i costi…

“Sì, le carrozzine costano. Si vai dai 1500/1600 euro per un modello da principiante ai sette/ottomila euro della carrozzina da serie A. Per questo ci appoggiamo a sponsor che le forniscano. E come Federazione cerchiamo di aiutare i ragazzi: nell’ultimo Camp fatto in collaborazione con Ogni Sport Oltre di Fondazione Vodafone al termine della manifestazione abbiamo lasciato alla struttura che ci ospitava quattro carrozzine. E’ stato il punto di partenza per una nuova società sportiva”.

Per lei cosa ha rappresentato la scoperta della pallacanestro in carrozzina?

“Un punto di svolta nella mia vita. Come il matrimonio, i figli, il lavoro”.

Che lavoro ha fatto prima della pensione?

“Il funzionario di banca”.

E’ stato semplice?

“Ho incontrato difficoltà, ma le ho superate. Al primo concorso nella Cassa rurale del mio paese mi scartarono perché c’era scritto che i candidati dovevano essere di sana e robusta costituzione. Ma feci annullare il bando”.