Redazione
10 ago 2017, 07:54

Andrea Lanfri sempre più in alto, per il futuro sogna le 3 cime di Lavaredo

Una freccia in pista: quest’anno ha vinto l’argento ai Mondiali di Londra nella 4X100 in squadra con Emanuele Di Marino, Simone Manigrasso e Riccardo Bagaini. Uno scoiattolo in salita: dopo l’impresa iridata ha portato a termine l’operazione “Corsica 2k17”, ribattezzata #comingbacktolife, titolo di una canzone dei Pink Floyd. E un gigante nella vita: “Mai mollare mai, i limiti sono fatti per essere superati”. Andrea Lanfri (categoria T43, biamputati) s’ispira a sé stesso, a quella sua incondizionata, e contagiante, forza granitica che non lo ferma di fronte a nulla. Tant’è che rilancia: “Nel 2018 mi piacerebbe scalare la cima grande delle tre Cime di Lavaredo. In Italia dovrei essere l’unico a salire una vetta del genere con 2 amputazioni inferiori e amputazioni superiori. Era il mio grande sogno alpinistico anche prima della malattia, ora lo è più che mai: sono convinto che ce la farò”.

 

RITORNO ALLA VITA Rimasto senza gambe a causa di una meningite fulminante - che l'ha colpito il 21 gennaio 2015 facendogli perdere anche sette dita delle mani -, il motto di Andrea è correre più veloce della malattia. Sempre più in alto. Quell’arrampicata in cordata sul monte Bertonze l’aveva già fatta nel 2014 con la sua amica Irene Sardi: “In ospedale ne parlavamo spesso, una volta uscito ero convinto che l’avrei rifatta”. Detto fatto, volere è potere. Mai nulla per caso, c’è sempre un perché: eccolo il #comingbacktolife, vero e proprio ritorno alla vita. “Basta leggere il testo della canzone: il corpo era fermo in quella stanza di ospedale ma la mente era fuori, era sempre altrove, come se fossero due cose separate”.

Partenza il 29 luglio, proprio come nel 2014 a rievocare ulteriormente il “si può”, la nuova vita che non ti ferma. Attacco alla via il 30 luglio: 4 giorni intensi, 12 ore di cammino fra andata e ritorno e altrettanti di arrampicata per un totale di 600 metri in verticale, con difficoltà 6b.


DUE PIEDI DI SCORTA “Ci siamo avvicinati alla parete arrivando al paese di Popolasca, eravamo molto carichi e motivati - racconta Andrea -. Oltre a corde, moschettoni, rinvii, tenda, nello zaino avevo anche 2 piedi di  scorta. La grande difficoltà di questa zona è stata anche l'assenza d’acqua: ne avevano con noi 8 litri per evitare di rimanere senza come tre anni fa. Dopo 5 ore di cammino siamo arrivati all’attacco della parete: la notte in tenda fra due grandi sassi, leggermente in discesa - molto scomoda ma non avevamo alternative -; la mattina, prima dell'alba, colazione e via con i primi tiri, con il tiro chiave di 6b+. L'arrampicata è stata molto dura, eravamo sul granito che è diverso dal calcare dove siamo abituati, ma l'ambiente selvaggio e unico ci ha stimolato sempre di più”.

 

DISCESA ODISSEA Fino all’arrivo in vetta per poi iniziare la discesa in doppia tra molti intoppi e corde bloccate: “L'ultima l’abbiamo abbandonata alla parte, ormai eravamo già con i piedi per terra”. Mancavano 5 ore di cammino in discesa lungo un sentiero: “Per la maggior parte l'ho fatto  a marcia indietro perché era molto inclinato, è stato veramente duro, la stanchezza si faceva sentire, non finiva più. Ma alla fine siamo riusciti ad arrivare alla piccola piazza del paese di partenza dove c’era una piccola fontana d’acqua presa subito d'assalto per bere e, soprattutto - sottolinea il 30enne di Pieve di Compito a Capannori, in provincia di Lucca - per fare un  bel bagno. Ci siamo promessi che su quella parete non torneremo più: farla due volte è da matti, la terza è meglio evitare. Ma che grande emozione oltre all’immensa fatica”.

 

Dal ritorno alla vita alla nuova vita: le tre Cime di Lavaredo sono lì, nel mirino di Andrea  il gigante.