Alan De Slucca oltre l’impossibile con l’ice climbing

08 feb 2018, 00:59

Stregato dalla nuova disciplina. Frutto del provare, sperimentare, andare oltre. “La vita dopo il trapianto è possibile e anzi, è un dover sfruttare e goderne a pieno, per te stesso e per chi col suo sacrificio di vita ti ha donato una seconda chance”. La nuova frontiera sportiva di Alan De Slucca si chiama ice climbing. La sua prima volta a Bletterbach, un canyon situato al confine tra Trentino ed Alto Adige, poco sopra l’abitato di Aldino con un gruppo di persone capitanate dalla guida alpina Matteo Faletti “che ci fatto arrampicare sul ghiaccio per tutta la giornata mettendo la sua esperienza a disposizione e iniziando con noi un percorso didattico. Finita la giornata, ho subito sentito qualcosa che era scattato in me”.

OLTRE L’IMPOSSIBILE “Quel che pensavo fosse impossibile, l’ho reso possibile. Quel che fino a qualche anno fa credevo di non poter mai provare, l’ho provato e toccato con mano. Le piccozze sono due attrezzi che uniti ad un minimo di tecnica mi trasmettono il doppio delle sensazioni positive che mi trasmettono le mani aggrappate ad una roccia. Non riesco a capire il perché, mi trovo più sicuro e meglio ad arrampicare sul ghiaccio che in ambiente. Si dà il caso che io però abbia pochissima esperienza di arrampicata, direi quasi nulla, forse grazie a qualche corso che in passato avevo conseguito con un’altra guida della Mountime, Alessandro Beber, avevo appreso qualche tecnica, ma non mi ero mai dedicato completamente a questa disciplina…
Ora m’è venuta voglia”.

LA STORIA La vita di Alan (informazioni anche nel suo blog https://trapiantalan.wordpress.com), 33enne di Trento, si è presentata subito in salita. “Appena nato dopo poco più di un mese vengo ricoverato all’ospedalino a Trento per problemi di fegato, ero giallo, gonfio, non avevo appetito e quindi, dopo qualche mese sono stato trasferito all’ospedale di Padova nel reparto di Gastroenterologia presso la Prof.ssa Zancan per accertamenti più dettagliati sul mio stato di salute. Dopo vari studi mi diagnosticano il Deficit di Alfa 1 antitripsina, disordine genetico che per una combinazione del 50% di possibilità vado a incontrare già dalla tenera età… Inizia una vita fatta di visite, dottori, ospedali, una vita da “malato”. La tenera età non mi consente di potermi lamentare, le problematiche che incontro durante il periodo neonatale sono relativamente poche. L’encefalopatia è il punto di non ritorno, successivamente l’Ospedale di Trento prende contatti con la Clinica Universitaria di Padova e dopo attente valutazioni, con un’ambulanza vengo trasportato al Policlinico Universitario dell’Ospedale Civile dove la dott.ssa che mi seguiva fin da piccolo mi ha fissato una visita specialistica un po’ particolare. Quella visita cambiò per sempre la mia vita… Entro in sala operatoria il 23 maggio 2000 alle 6, esco alle 22.30”.