Al via i mondiali di atletica. A 52 anni il "Barbaro" ci prova ancora. "Noi, più spettacolari dei normodotati" (intervista)

04 nov 2019, 12:49

Il "Barbaro" è pronto a combattere. A 52 anni, Roberto La Barbera, atleta della nazionale italiana paralimpica, un arto amputato anni fa dopo un incidente in moto,è "più pronto che mai". L'età non conta, è questione di testa, allenamenti, determinazione, dice lui.

E' uno degli atleti di punta della nazionale italiana paralimpica che dal 7 novembre, a Dubai, scende in pista per i mondiali di atletica. A pensare di smetterla, Roberto La Barbera, campione del salto in lungo, fra i primi cinque al mondo, non ci pensa nemmeno.

Anzi, già guarda alle paralimpiadi di Tokyo2020 e chissà, magari anche a Parigi 2024, quando sarà alla soglia dei sessantanni. Perché, racconta in una intervista a Oso, "non si smette mai di essere atleti. E i mondiali disabili, le paralimpiadi, ormai sono ancora più affascinanti di quelle dei normodotati: da noi c'è una sfida nella sfida, e io voglio sempre vincerla".

Cosa significano per te e per la squadra azzurra questi mondiali? Sei pronto?
"E' l'anno migliore della mia vita. Mi sento pronto, ho saltato sopra i sette metri e sono contento. A 52 anni parto, con il team azzurro, per fare bene, per divertirmi ma anche per una medaglia, puntando a Tokyo2020. Voglio fare un gran mondiale. Alla mia età se hai un problema fisico è difficile recuperare: io mi sono allenato tutta l'estate, anche se con temperature differenti, per arrivare pronto a questo evento. E come tutti gli altri azzurri, voglio delle soddisfazioni per me e per l'Italia".


Gli inizi nel 1999, poi la medaglia ad Atene, l'eterna sfida con Markus Rehm, il tedesco imbattibile che salta più dei normodotati. Ogni nuova gara per te è una grande sfida: continuare a migliorarsi rispetto al passato.
"Sono felice del mio dna che me lo permette. Mi alleno molto, in pista, in palestra: so di essere oggi nei primi cinque al mondo nel ranking e tolto Markus che è irraggiungibile, credo di poter andare a podio. Ci credo tanto, lo voglio".


Dagli inizi ad oggi come è cambiato lo sport paralimpico?
"E' cambiato tantissimo. Penso di aver contribuito, dal 2002 al 2009, quando spesso andavo in trasmissione o sui giornali per parlarne, ad aver spinto sempre di più lo sport disabili in alto, dove merita di stare. Dal 2010 in poi fin ora, ai tempi di Bebe Vio, si è sviluppata una grande attenzione per le paralimpiadi. Se guardi atleti come Markus Rehm ti innamori del nostro sport. Ormai basta vedere una paralimpiade e una olimpiade per capire che non c'è nessuna differenza. Anzi, la paralimpiade è molto più spettacolare".


Perché?
"Perché la fatica degli atleti è la stessa, ma le difficoltà sono ineguagliabili. Il nostro mondo, quello paralimpico, è eccezionale: solo un ragazzo che inizia a fare sport con una disabilità conosce il percorso difficilissimo per raggiungere i suoi obiettivi. E quando li raggiunge...è così entusiasmante. Mai mollare".


Ai più giovani cosa vorresti trasmettere?
"La voglia di avvicinarsi al salto in lungo. La necessità di metterci sempre serietà, caparbietà, determinazione, per ottenere qualunque tipo di risultati. Spero di  essere d'esempio per i ragazzi più giovani. A 52 anni riuscire a saltare ancora a cavallo di 7 metri, beh...diciamo che sono davvero orgoglioso di riuscire a farlo"


Oggi per i disabili le barriere nello sport sono davvero state abbattute?
"Nel mondo dell'atletica disabili, come per altri sport, il problema dei fondi per i nuovi atleti esiste ancora. Ma per fortuna abbiamo una buona e grande Federazione (Fispes, ndr) che ci aiuta molto. Ci sono piani per aiutare chiunque: non è più come una volta, come per me, che per avere una protesi dovevi davvero fare una impresa. Ora è più organizzato, si cerca sempre di portare i  nazionale altri talenti, si viene seguiti ed aiutati. Discorso diverso invece per gli sponsor: siamo lontanissimi dal mondo dei normodotati. Io però per fortuna posso ancora allenarmi da professionista".


Già, perché il tuo lavoro è un caso raro ma bello...
"Sì, ed è giusto che lo dica. Io ho il sogno di arrivare sino a Parigi2024 e continuare a gareggiare. Ma per poterlo fare devo avere tempo e soldi per allenarmi: lavoro ad Alessandria in una azienda, Cedacri, che mi permette tutto questo, che mi lascia la possibilità di allenarmi a tempo pieno. Lavoro mezza giornata e poi mi alleno, e  loro mi sostengono. Ci vorrebbero più aziende così, che si impegnino ad assumere ragazzi disabili sostenendoli nel loro percorso da atleti. Io sono orgoglioso della mia azienda, spero che tante altre prendano spunto per agevolare al meglio il nostro sport".

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